
C'era una volta (anni sessanta, settanta, primi anni ottanta del secolo scorso, sembra alcuni secoli, o millenni, fa) l'antipsichiatria, un modo radicalmente diverso da quello precedente di interpretare la cosiddetta malattia mentale, il rapporto tra essa e la società più ampia. Il luogo della malattia mentale, i confini tra essa e la cosiddetta normalità furono completamente ridefiniti, fu la società questa volta ad essere messa al muro dalla cosiddetta follia, non come era avvenuto tanto spesso, per non dir sempre, sino a prima. R.D. Laing ne fu certo uno dei suoi più famosi rappresentanti. Nonostante l'insostenibile inattualità del suo pensiero (si direbbe oggi sicuramente da più parti) molti dei suoi lavori vengono ancora oggi ristampati in Italia. E' a partire da questo ribaltamento che l'autore tratta in questo suo scritto il tema dell'esperienza, cercando, pur se "Il Terribile è già accaduto' (Heidegger), di svegliare chi non è irreparabilmente addormentato, narcotizzato, sminuito, mutilato, schiacciato-oppresso da una, questa sì, patologica 'normalità'. L'esperienza, ogni esperienza, è ciò che è irriducibile a qualcos'altro, io ho solo l'esperienza dell'altro, come l'altro ha solo l'esperienza di me, nè la mia esperienza dell'altro e riducibile a lui (alla sua esperienza), nè la sua esperienza di me è riducibile a me (alla mia esperienza). Se non si vuol violare-violentare questa irriducibilità (il luogo del sacro per eccellenza?) occorre accontentarsi solo di possibili avvicinamenti, e ogni avvicinamento presuppone soprattutto ascolto, estrema attenzione, cautela, reciprocità, fatica, coraggio. Per tante ragioni la società è incapace - soprattutto da quando la prospettiva positivistica della scienza oggettualizzante e quindi violenta-alienante è diventata dominante ed invadente - di far ciò è quindi forza tutte le presenze dissonanti (in particolari quelle cosiddette folli) a rientrare in qualche categorizzazione, ad essere ridotte ad altro, a scomparire, ad essere messe da parte, scotomizzate, oggettualizzate, negate. Ma così facendo non s'accorge che sta distruggendo la fonte primaria di ogni vita e di ogni possibilità di incontro tra le persone (l'accettazione dell'altro, della sua irriducibile esperienza), che altro non è, a ben guardare, anche, se non soprattutto, l'accettazione di un nostro mondo interiore che chiede di essere ascoltato e accolto. Se non vogliamo fare come certi terapeuti che assomigliano a 'dei ciechi che guidano orbi', ci dice Laing, non abbiamo altra strada da percorrere. (G.M.)
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