Andrej Efimyc Ragin, figlio di un medico, medico suo malgrado (come suo malgrado sembra essersi svolta tutta la sua vita), dirige (si fa per dire) un decadente disorganizzato e sporco ospedale di una oscura provincia russa. Nell’ospedale è anche presente un padiglione (il Reparto n°6) in cui sono rinchiusi 5 folli, cinque dementi, o come in altri modi li si vuol chiamare. Uno di essi, Ivan Dmitric Gromov, è qui ricoverato, rinchiuso, perché ad un certo punto una insidiosa e ossessiva paranoia ha completamente trasformato la sua vita. Per quel che se ne sa il dott. Ragin ‘ama straordinariamente la ragione e l’onestà’ ma qualcosa (debolezza di carattere? un pessimismo profondo e una insidiosa melanconia? un presuntuoso elitarismo intellettualistico che lo isola dal rapporto con gli altri, dalla vita? un senso mortale di noia e di uggia per tutto da cui non riesce a liberarsi? l’incapacità di vedere un qualche senso-disegno nelle cose?) gli impedisce di farsi valere, di contrapporsi agli altri, di combattere per qualcosa. Un giorno il medico si reca nel Reparto n° 6 e inizia a parlare con Gromov. Scopre in lui una persona con cui poter conversare, confrontarsi, e da quel momento non perde occasione per incontrarlo. Che sia per questo legame o per altro sta di fatto che pian piano la sua vita muterà completamente fino al punto in cui il ‘cerchio magico’ della follia finirà per chiudersi anche attorno a lui conducendolo al ricovero nel Reparto n°6. Se quel reparto è il luogo della follia e della morte, il fuori è conseguentemente il luogo della ragione e della vita? E’ evidente che così non è. Ma se così non è – sembra chiedersi disperato Andrej Efimyc e con lui il lettore – dove stanno le une e le altre? Dove sono i confini tra loro? Dove può vivere e rifugiarsi un uomo? A chi e a cosa può legarsi, aggrapparsi, per entrare nel flusso profondo della vita?
Anton Cechov (1860-1904) grande narratore e drammaturgo russo, laureato in medicina, ha svolto per anni e anni la professione medica prima di dedicarsi totalmente alla letteratura e al teatro.(G.M.)
Storie che formano: narrare la propria esperienza professionale. Un invito al confronto.